KONTEMASOK

 

illustrazioni di FABRIZIO CALDARELLI

 

 

Fileo e Melanippe

Capitolo primo

Finalmente quel mattino, alle prime luci dell’alba, il tanto atteso grido: “Terra!  Terra! Eracle, ci siamo, ecco le coste della Colchide!”

“Bene Demetrio. Volta la prua verso il delta del Termodonte. Questa sera, col favore delle tenebre, dovrai attraccare nei pressi di Temiscira; una volta sbarcati proseguiremo a piedi, costeggiando il fiume. Il territorio brulica di Amazzoni ed è meglio non essere troppo in vista: ci sono ostili e nessun uomo passa loro inosservato.”

“Eracle… ma come! Dopo aver combattuto cento battaglie ci nascondiamo da delle semplici femmine!”

“Femmine speciali, mio caro amico. La regione è soggiogata da questo temuto popolo di donne guerriere, e la loro fama è giunta ormai ovunque. Vige tra loro una forma di matriarcato, dove le fanciulle vengono educate all’uso delle armi sin da piccole, mentre i figli maschi vengono uccisi o venduti ai mercanti di schiavi. Solo qualcuno, raramente, viene lasciato crescere, isolato dagli altri, nel loro territorio. Ma solo per far poi da preda nelle frequenti scorrerie volte alla riproduzione della loro razza.”  

Eracle si stava recando a Temiscira al fine di cercare Ippolita, la regina delle Amazzoni. Era lei lo scopo del viaggio: Euristeo aveva ordinato ad Eracle, come nona fatica, di impossessarsi della cintura di quella, simbolo del potere, donatale dal padre Ares affinché fosse consacrata regina.

Messo piede a terra, Eracle ed i suoi compagni si inoltrarono nel territorio limitrofo alla città, accampandosi per la notte. Il giorno successivo, con la massima attenzione, seguirono i sentieri meno frequentati. Intanto il sole aveva raggiunto il punto più alto del suo tragitto, invitando ad una sosta per ristorarsi e riposare. Scorto un piccolo casolare si avvicinarono cautamente per chiedere ospitalità. Quando la porta si aprì apparve loro uno splendido giovane, un ragazzo tanto bello da sembrare un dio dell’Olimpo. Un dolce sorriso e due occhi azzurri si incastonavano in un viso dai lineamenti delicati, incorniciato da lunghi riccioli d’oro.

“Benvenuti stranieri, mi chiamo Fileo. E’ raro incontrare degli uomini da queste parti. Ma avrete senz’altro bisogno di rifocillarvi! Entrate dunque, qui è pericoloso sostare all’aperto: il territorio potrebbe essere battuto da bande di razziatrici.”

Dopo aver dato loro da mangiare Fileo raccontò della sua tormentata adolescenza, dell’uccisione di suo padre per mano delle Amazzoni, e di come ogni raro uomo corresse lì il continuo rischio d’essere catturato dalle guerriere che setacciavano la zona a caccia di maschi con cui accoppiarsi. In caso di cattura l’unica salvezza era rappresentata dal diventare lo schiavo di qualche Amazzone privilegiata,  o della stessa Regina.

“Schiavo?”

“Sì Eracle, è questo il nostro destino: venire usati per la riproduzione, in questo caso il costume delle Amazzoni prevede l’uccisione dopo l’accoppiamento; oppure diventare schiavi di una guerriera di alto rango, solo queste, infatti, hanno il diritto di possedere un servo, e a differenza delle altre godono del privilegio di potersi dedicare ai piaceri della carne. Così lo schiavo deve essere giovane e forte, per venire espressamente addestrato allo scopo di essere strumento di piacere della propria padrona, sottostando a qualsiasi suo ordine.”

“Una specie di concubinato, quindi: in fondo, una schiavitù... piacevole.”

“Tutt’altro. Allo schiavo non è assolutamente permesso alcun piacere fisico. E’ tenuto ad osservare la castità. Ma questo è il minore dei mali...”

Fileo non entrò nei particolari circa la vita che attendeva chi fosse stato catturato. Lui ben sapeva che le Amazzoni, conscie della propria supremazia femminile, consideravano il maschio un essere inferiore, una proprietà esclusiva da utilizzare a proprio piacimento. Sapeva pure che lo schiavo veniva obbligato a vivere nella nudità più completa: unico addobbo erano un collare di ferro attorno al collo ed uno, fatto su misura, stretto attorno agli organi genitali, che sarebbe servito ad impedire qualsiasi utilizzo del proprio membro nonchè a privarlo dell’orgasmo. Uno schiavo che avesse ceduto al piacere sarebbe stato considerato incapace di servire la propria padrona la quale, a seconda dell’umore, avrebbe deciso se consegnarlo ad altre per la copula oppure ucciderlo subito quale monito per gli altri. In questo caso il malcapitato veniva legato ad un palo diventando un bersaglio umano per le arciere che, con molta maestria, si cimentavano nel centrarne il corpo evitando accuratamente di colpire punti vitali. Una vera e propria gara di abilità che  poteva durare molto a lungo.   Per questo Fileo, addestrato da suo padre, aveva imparato l’arte dell’autocontrollo: tutti i giorni si intratteneva nell’accarezzarsi il membro, lo portava alle soglie dell’orgasmo, per poi fermarsi e riprendere. Una vera tortura. Ci voleva un’incredibile forza di volontà dettata dall’istinto di sopravvivenza. Il suo unico desiderio era infatti quello di sopravvivere: anche se l’avessero ridotto alla condizione di schiavo.

“Ma voi stranieri dove siete diretti?” chiese Fileo interrompendo il flusso dei suoi pensieri.

Eracle gli raccontò del loro approdo nei pressi di Temiscira, dove avevano fatto provviste per poi impegnarsi nella loro ricerca, l’oggetto della quale preferì non rivelare; dopodiché lo salutò, ringraziandolo dell’accoglienza.

 

Partiti gli ospiti Fileo decise di tornare al suo campo per riprendere il lavoro di aratura, ignaro del fatto che a poca distanza era appostato un gruppo di razziatrici guidate dalla bellissima Melanippe, sorella della regina Ippolita. Di lei si raccontava che amasse circondarsi di ancelle alle quali ordinava la cura del suo corpo, ed in particolare dei suoi piedi, che aveva belli e curati, ed ai quali dedicava le maggiori attenzioni: ne era orgogliosa ed amava esibirli in continuazione, tanto che raramente la si poteva vedere portare dei calzari.  

Il gruppo di Amazzoni era formato dunque da Melanippe e da altre quattro agguerrite compagne. Le guerriere si erano sfidate in una gara di abilità di tiro con l’arco in cui la vincitrice avrebbe avuto il diritto di priorità sul primo maschio catturato. Alla fine prevalse proprio Melanippe, e in preda all’eccitazione della caccia si erano velocemente messe in cammino, arrivando così nei pressi del campo dove Fileo, all’oscuro di tutto, era occupato nel suo lavoro. Una volta individuatolo si appostarono fra gli alberi, in attesa del momento migliore per catturarlo. Fileo, stanco e sudato, si mosse verso le sponde del fiume. Bevve avidamente quindi si spogliò della tunica. Un bagno ristoratore e poi, senza rivestirsi, andò a sedersi all’ombra di una quercia. Nella sua mente i soliti pensieri: “Se mai dovesse accadere il peggio, devo assolutamente sopravvivere, anche come schiavo. Non voglio essere usato ed ucciso su due piedi. Io voglio vivere. Da schiavo, ma voglio vivere!” Con la mano iniziò ad accarezzare il suo membro, delicatamente, ancora ed ancora, finché al massimo dell’eccitazione, non divenne violaceo per lo sforzo. Fuoriuscirono impazienti le prime goccioline. “Devo fermarmi… Devo resistere…” pensò.

Nascosta tra gli alberi, Melanippe osservava il bel giovane, colpita dalla sua avvenenza. Mai aveva visto un uomo così attraente, mai aveva assistito ad una pratica di quel genere, mai ad uno schiavo era stato permesso di toccarsi, di darsi piacere a quel modo. Quella  scena la turbava, e si rendeva oltretutto conto di assistere a qualcosa di nuovo: il volto del giovane non esprimeva infatti piacere, bensì sofferenza. Quell’uomo doveva essere assolutamente suo, esclusivamente suo. Raccomandò alle sue guerriere di agire velocemente: il ragazzo non doveva avere neppure il tempo di reagire. Diede ordine di catturarlo senza causare alcun danno a quel corpo perfetto. Obbedienti le Amazzoni si avvicinarono di soppiatto e lo ghermirono nudo così com’era. Gli legarono le mani dietro la schiena  e, impastoiati i suoi piedi con una corda per impedirgli la fuga, lo trascinarono dietro ai loro cavalli, con una fune al collo, portandolo all’accampamento dove, dopo l’immediata applicazione di un collare collegato con una catena a due anelli di ferro chiusi intorno alle caviglie, fu portato nella tenda di Melanippe.

 

Capitolo secondo  

Fileo se ne stava accovacciato all’interno della tenda dell’Amazzone, solo e in catene. La sua preoccupazione era ora quella di studiare un modo per apparire docile e sottomesso: conosceva troppo bene la legge delle sue aguzzine, ed era cosciente del rischio che correva d’essere utilizzato solo per l’accoppiamento, quindi subitamente  ucciso. I suoi pensieri furono improvvisamente interrotti dall’avvicinarsi di un passo leggero, diretto proprio alla tenda. Era Melanippe, impaziente di parlare col prigioniero. Non indossava più l’armatura di guerriera, solo un sottile lungo peplo bianco, molto scollato. Scalza, il portamento sinuoso, niente a che vedere con la rude guerriera che l’aveva poco prima catturato e ridotto in catene.

“Dimmi il tuo nome giovane schiavo” chiese Melanippe quando gli fu vicina. Fileo aveva colto nel tono della voce una certa  benevolenza nei suoi confronti.

“Mi chiamo Fileo” rispose, inginocchiandosi e abbassando lo sguardo sui  piedi di lei.

“Alzati Fileo.” La voce di Melanippe tradiva una certa emozione. Lo osservava intensamente: era affascinata da quel giovane, da quel bel corpo vigoroso, nudo e indifeso, che le si offriva con tanta devozione!… E quello sguardo fisso sui suoi piedi la eccitava terribilmente…

“Sì, mia signora” rispose Fileo alzandosi e continuando a tenere lo sguardo basso: aveva sentito parlare di Melanippe, della sua bellezza e delle cure fanaticamente gelose che ella riservava ai propri piedi.

“Puoi alzare lo sguardo Fileo. Ma dimmi...“ Una profonda, strana sensazione, qualcosa che non aveva mai provato sino ad allora, la invase improvvisamente, nel momento stesso in cui i suoi occhi sprofondarono in quelli di lui! Melanippe si sentiva quasi bloccata.

“Sì, mia signora?” disse timidamente Fileo, che a sua volta non riusciva ad abbandonare quello sguardo, anche lui perduto nella bellezza di due occhi incantevoli incastonati in un viso dai lineamenti perfetti, simile a quello di una dea.

“Dimmi Fileo…“ Melanippe si era ripresa dallo stato di torpore in cui era caduta, ed il suo tono manifestava un certo imbarazzo.

“Vorrei conoscere il motivo di quelle carezze così intime, che ti ho visto fare prima della tua cattura .“

“Mia signora…” Fileo era a sua volta imbarazzato “si tratta di un’antica pratica tramandata di padre in figlio. Serve a tenere sotto controllo il piacere. “

“Per tutti i numi dell’Olimpo! Ma a che pro tanta sofferenza?” l’interruppe Melanippe.

“Semplicemente perchè il nostro desiderio più grande, mia signora, è quello di sopravvivere, e sappiamo che uno schiavo, perché ciò possa avvenire, deve essere in grado di non deludere  la propria padrona. Ma il mio desiderio più grande ora, dopo esser stato catturato proprio da te, è solo di essere il TUO servo… a qualsiasi prezzo!”

Melanippe distolse lo sguardo, turbata ed imbarazzata, Oltretutto era ben consapevole del destino riservato ad uno schiavo che trasgrediva alle regole. Non aveva mai partecipato all’uccisione di alcun prigioniero, e non approvava quel genere di pratica. Inoltre Fileo l’aveva conquistata e non intendeva perderlo. Decise in un attimo che si sarebbe battuta affinchè egli divenisse il suo schiavo personale. In fondo lei era la sorella della regina: le avrebbe parlato. E l’avrebbe convinta. Ippolita era in viaggio verso Temiscira, e sarebbe giunta all’accampamento quella sera stessa.

Non fu facile per Melanippe convincerla: Ippolita aveva intuito che c’era qualcosa d’insolito in quell’accalorata richiesta, e non voleva ascoltarla, ricordandole che in genere il destino dei prigionieri, secondo le leggi, prevedeva la loro uccisione dopo l’accoppiamento. Alla fine la determinazione di Melanippe fu tale, che la regina finì per  accordare alla sorella la proprietà del giovane.

“Solo come tuo schiavo personale” le disse “e come tale, dovrà  sempre essere trattato.”

 

Fileo, secondo costume, venne pertanto affidato alle cure delle addestratrici  per essere “iniziato” alla sua condizione di schiavo. La prassi prevedeva l’applicazione di un collare in ferro, collegato con una catena ad un anello stretto intorno ai genitali: l’anello doveva essere appositamente “adattato” alla base del pene in modo da impedirne l’erezione e l’uso da parte dello schiavo,  al quale era negato ogni diritto al piacere sessuale. Per facilitare tale operazione egli veniva sottoposto ad una sorta di “svuotamento”, veniva cioè manipolato attraverso l’ano in modo da causare la fuoriuscita spontanea del liquido seminale. Questa pratica aveva la durata di un giorno intero ed avveniva a più riprese, in modo da poter poi applicare l’anello senza alcun problema. Detta usanza aveva lo scopo principale di negare il piacere allo schiavo abituandolo all’astinenza. Il malcapitato veniva poi costretto ad ingerire il liquido seminale estratto sia per insegnargli ad eseguire qualsiasi ordine venisse impartito, sia per evitare l’inutile spreco del seme, considerato sacro. Le manipolatrici avevano anche il compito di insegnare allo schiavo tutte le regole comportamentali, nonchè l’arte del dare il piacere carnale alle  rispettiva padrone.

 

Il giorno seguente Fileo fu riconsegnato a Melanippe, che attendeva con ansia quel momento. Si fece dare le chiavi delle catene, compresa quella dell’anello costrittore applicato al membro di lui, e appena fu sola  liberò il giovane da quell’impedimento, lasciandogli però, memore di quello che le aveva detto la sorella, collare e cavigliere. Fileo non credeva ai propri occhi! Il tocco delle mani di lei, cosi delicato sulle sue parti intime, la sua vicinanza, il suo profumo, il modo di fare deciso ed autoritario ma al tempo stesso sensuale… Mai nella vita aveva avuto contatti con una donna e sentiva il corpo e la mente percorsi da  improvvise ed irresistibili piacevoli sensazioni. Cercava, tentava con tutte le forze di controllare le sue naturali pulsioni senza alcun risultato. Era lì, nudo, in catene, di fronte ad una dea. Gli fu impossibile evitare un’incontrollabile erezione. Le ginocchia iniziarono a cedergli e un attimo dopo potenti e caldi getti di sperma attraversarono prepotentemente il suo membro, schizzando sul pavimento della tenda.

”Perdonatemi mia signora” riuscì a sussurrare Fileo inginocchiandosi di fronte a lei, in un tintinnio di catene.

Melanippe, pur sorpresa, non era adirata, anzi, semmai  compiaciuta di quanto accaduto. Avrebbe sfruttato quella situazione per mettere alla prova il suo giovane prigioniero.

“Non temere“ disse “ho finalmente potuto scorgere gioia nei tuoi occhi, e piacere sul tuo viso. Ora  però sei  mio schiavo e i miei schiavi non corrono alcun pericolo di vita… purché dimostrino devozione e sottomissione. Tu, Fileo, sarai addetto alla mia persona .“

Il tono della voce di Melanippe era diventato adesso autoritario. La donna avanzò  posando volutamente i piedi nudi sulle fresche tracce dell’orgasmo di Fileo.

“Per questo ho deciso di affidarti la cura del mio corpo, dei miei piedi… del mio piacere. “

Fileo attese che Melanippe si adagiasse sul giaciglio in fondo alla tenda e, ricevuto un inequivocabile cenno di comando, si mise in ginocchio nei pressi di quello. Quindi con molta delicatezza e dolcezza, prese a baciarle e a leccarle i piedi. Si concentrò esclusivamente su quei due candidi piedini: baciò ogni centimetro di pelle, leccò le loro piante sporche di terra e sperma, succhiò ognuna delle dieci dita, senza mai alzare lo sguardo verso la sua padrona, senza mai oltrepassare col tocco delle mani le sottili e bianche caviglie di lei. Docile e felice attendeva solo un gesto, uno sguardo, un ordine che lo conducessero oltre.

 

Capitolo terzo

Sino a quel momento Melanippe non aveva mai provato vera attrazione per un uomo. Le tradizioni delle Amazzoni le avevano insegnato a considerare i maschi come una sottospecie formata da esseri senza cultura, emozioni o sentimenti: un genere da sfruttare e basta. Fileo gettava lo scompiglio in tutte queste teorie, e quella notte Melanippe prese il piacere da un suo schiavo come mai era successo prima.

  Ordinò a Fileo di toglierle il peplo: il tono della sua voce era deciso ma sensuale. Fileo obbedì in silenzio, la mente in subbuglio. Stentava a credere che quanto gli stesse accadendo fosse reale. Eppure la pelle candida e vellutata di Melanippe lo inchiodava a quel giaciglio con catene ben più pesanti di quelle che stringevano realmente il suo collo e le sue caviglie. Con pochi cenni Melanippe guidò il suo  schiavo verso i propri più intimi desideri: stabilì il percorso che dovevano seguire le sue mani e la sua lingua, i luoghi dove indugiare più a lungo. Fileo eseguì con la massima attenzione le istruzioni della sua padrona, direttive man mano più nervose ed impazienti. Salito adesso all’altezza delle gambe, poteva scorgere rivoli di umore scorrere lungo le bianche e delicate cosce di lei. Iniziò a leccare lentamente quel nettare, con cura, avvicinandosi sempre più alla sua sorgente, nella quale indugiò a lungo con la lingua. Melanippe, ormai al limite, esplose in un intenso orgasmo come mai le era successo prima: torrenti di umori densi sgorgavano dalla sua vagina, come fiumi di lava incandescente che Fileo conteneva a stento con la sua lingua. Crollò esausta sul giaciglio chiudendo gli occhi. Il lieve tintinnio delle catene di Fileo le ricordò che quel breve riposo era solo il preludio ad una lunga notte di piaceri.

 

Da quando le avevano consegnato lo schiavo Melanippe si era dedicata esclusivamente al suo addestramento, ed il giovane Fileo aveva superato ogni sua aspettativa eseguendo meticolosamente ogni suo ordine. Intuiva i suoi più reconditi desideri anche solo guardandola in viso.  Ogni  gesto, ogni intervento di Fileo veniva attuato con premurosa delicatezza. Ormai rappresentava una parte complementare di lei, quasi un suo naturale prolungamento pronto a soddisfarne qualsivoglia richiesta. Nel frattempo però la regina Ippolita cominciava a preoccuparsi circa il comportamento inconsueto tenuto dalla sorella. Erano trascorsi ormai alcuni giorni, e Melanippe non accennava ad uscire della sua tenda.  Intuendo il vero motivo del suo appartarsi decise quindi di intervenire personalmente, mandandola in perlustrazione sul territorio con una pattuglia di Amazzoni, al fine di riportarla forzatamente alla  più consona vita di rude guerriera. Sia pure a malincuore ma conscia dei propri doveri Melanippe, dopo aver rimesso l’anello costrittore a Fileo affinchè nessuno sospettasse delle condizioni di relativa libertà in cui lo teneva, eseguì gli ordini della Regina e, con la scorta di due guerriere, partì in ricognizione.

 

Dopo  aver cavalcato per alcune ore sotto un sole cocente, giunsero presso un torrente le cui acque limpide rappresentavano un richiamo  irresistibile. Melanippe decise di fermarsi sulle rive del fiume, ombreggiate da enormi querce. Il luogo pareva sicuro e accogliente e tutte loro avevano  bisogno di frescura e riposo. Dopo aver ordinato alle due compagne di stare all’erta, Melanippe si spogliò velocemente e si immerse nelle fresche acque. Ma il destino le riservava beffardamente la stessa sorte toccata al suo amante, poichè Eracle ed i suoi compagni erano appostati nelle vicinanze. Un impaurito pastore aveva infatti indicato loro la direzione del campo della Regina, ed Eracle apprendeva ora dai discorsi di quelle tre guerriere di essere in presenza proprio di Melanippe, la sorella di quella! Gli si presentava di fatto un’occasione unica per entrare in possesso della cintura di Ippolita, e avrebbe dovuto sfruttarla immediatamente. Con molta cautela  e celandosi  tra gli arbusti, due uomini armati d’arco si portarono a distanza di tiro, e al segnale convenuto scoccarono le loro frecce uccidendo le Amazzoni compagne di Melanippe, intanto gli altri si precipitavano su di quella che, inerme, era appena uscita dall’acqua e si accingeva ad indossare il corto chitone. L’afferrarono brutalmente legandole mani e piedi, quindi se la issarono in spalla dirigendosi verso i cavalli, mentre lei si dibatteva selvaggiamente. Attesero quindi il calar delle tenebre e, con molta cautela, si incamminarono verso la costa con la loro prigioniera legata pancia in sotto sul dorso di un cavallo, i polsi e le caviglie uniti insieme sotto al ventre di quello. Raggiunta la loro nave portarono la preziosa preda sotto coperta dove la slegarono, ma solo per vincolarla in maniera ancora più sicura con dei pesanti ceppi.

Ora Melanippe era né più né meno nelle stesse condizioni in cui aveva ridotto molti dei suoi prigionieri: gettata su un lercio pavimento, semisvestita ed indifesa, coi nudi piedi chiusi in rozzi ferri arrugginiti.

 

All’accampamento intanto, approfittando dell’assenza della sorella, Ippolita aveva deciso di indagare su quali fossero i motivi per i quali Melanippe tenesse tanto in considerazione quello schiavo. Lo fece portare nella sua tenda e ordinò alle sue guardie di farlo prostrare ai suoi piedi. Rimasti soli la Regina, colpita dall’insolita bellezza del giovane, ordinò a Fileo di alzarsi. Il suo bel volto, quell’atteggiamento cosi docile e sottomesso, le procurarono immediatamente uno strano turbamento. Iniziava a comprendere i sentimenti della sorella.  Lo mise alla prova: Fileo rispondeva ad ogni comando con disarmante dolcezza, e la sua accattivante disponibilità finì quasi per conquistare anche la  rude Regina stessa.

All’improvviso una sentinella annunciò l’arrivo di Eracle con un suo compagno a chiedere udienza. L’Eroe informò la Regina di averne catturato la sorella Melanippe, e che in cambio della vita di quella avrebbe dovuto ora consegnargli la sua famosa cintura. Ippolita balzò in piedi, sbalordita ed adirata.

“Giammai!“ urlò “Un’Amazzone che si macchia dell’onta della sconfitta e della cattura non è più degna di essere considerata una guerriera!”

“Come volete, Regina” rispose Eracle con un sorriso beffardo “vuol dire che porteremo con noi Melanippe, e la venderemo come schiava oltremare. Avete comunque tutta la notte per decidere diversamente, poiché solo all’alba di domani riprenderemo il mare.”

Detto ciò Eracle si allontanò col suo compagno, senza che nessuna guerriera, vista la delicata situazione, osasse torcergli un capello.

Fileo aveva ascoltato ogni cosa e, non appena i due lasciarono la tenda, si gettò disperatamente ai piedi della Regina supplicandola di liberare la sua padrona. Le disse anche di conoscere la fama di Eracle, la sua invincibilità soprannaturale, dono di Zeus, e di come fosse temerario intraprendere qualsiasi azione contro di lui. Ippolita alla fine, combattuta tra la vergogna e l’amore per la sorella, cedette alle suppliche del giovane. Decise pertanto di recarsi alla nave di Eracle in compagnia dello schiavo, che l’aveva supplicata di portarlo con sè. Indossata quindi la preziosa cintura si avviò con un nutrito gruppo di Amazzoni verso la costa, mentre Fileo, in catene, seguiva lentamente il suo cavallo.

 

Giunti alla nave, Eracle la fece salire a bordo per lo scambio, avendole garantito, giurando sugli Dei, la sua incolumità. Ippolita si fece accompagnare anche da Fileo, visto che la sua devozione per la  sorella era uno dei motivi della salvezza di quella. Qui il giovane fu turbato da un’insolita scena: Eracle si era preoccupato, al fine di spronare la Regina a cedere la cintura, di far apparire Melanippe nelle condizioni più misere possibili. Le aveva legato quindi le mani ad un bastone che poggiava sulle sue spalle, dietro la  nuca, e l’aveva presentata così alla sorella: in ginocchio sul sudicio pavimento della stiva, coi ceppi ai piedi. Lo sguardo di Fileo si fissò sugli incatenati piedini di Melanippe di cui questa, inginocchiata, esponeva alla vista le insudiciate piante. Resistette a stento all’istinto di curvarsi per leccargliele, come ad alleggerire il peso della vergogna alla sua sfortunata padrona. Quasi ipnotizzato non si accorse neanche dello scambio in corso: aveva occhi soltanto per lei, che veniva liberata e fatta salire su un cavallo che Fileo seguì da presso, standole a fianco, mentre si riavviavano verso l’accampamento.

Per lungo tempo Melanippe non abbassò mai, dall’alto della sua cavalcatura, lo sguardo verso di lui, forse in un altezzoso sdegno che mascherava al contrario la vergogna subita. Poi all’improvviso Fileo incrociò per un attimo i suoi occhi, carichi di una malinconica ma dolcissima luce, allora le sfiorò con le dita il piede, e lei sorrise lievemente, guardando maliziosamente altrove.

 

 

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