KONTEMASOK
illustrazioni di FABRIZIO CALDARELLI
Fileo e Melanippe
Finalmente
quel mattino, alle prime luci dell’alba, il tanto atteso grido: “Terra!
Terra! Eracle, ci siamo, ecco le coste della Colchide!”
“Bene
Demetrio. Volta la prua verso il delta del Termodonte. Questa sera, col favore
delle tenebre, dovrai attraccare nei pressi di Temiscira; una volta sbarcati
proseguiremo a piedi, costeggiando il fiume. Il territorio brulica di Amazzoni
ed è meglio non essere troppo in vista: ci sono ostili e nessun uomo passa loro
inosservato.”
“Eracle… ma come! Dopo aver
combattuto cento battaglie ci nascondiamo da delle semplici femmine!”
“Femmine
speciali, mio caro amico. La regione è soggiogata da questo temuto popolo di
donne guerriere, e la loro fama è giunta ormai ovunque. Vige tra loro una forma
di matriarcato, dove le fanciulle vengono educate all’uso delle armi sin da
piccole, mentre i figli maschi vengono uccisi o venduti ai mercanti di schiavi.
Solo qualcuno, raramente, viene lasciato crescere, isolato dagli altri, nel loro
territorio. Ma solo per far poi da preda nelle frequenti scorrerie volte alla
riproduzione della loro razza.”
Eracle si stava recando a Temiscira al fine di cercare Ippolita, la regina delle Amazzoni. Era lei lo scopo del viaggio: Euristeo aveva ordinato ad Eracle, come nona fatica, di impossessarsi della cintura di quella, simbolo del potere, donatale dal padre Ares affinché fosse consacrata regina.
Messo
piede a terra, Eracle ed i suoi compagni si inoltrarono nel territorio limitrofo
alla città, accampandosi per la notte.
“Benvenuti
stranieri, mi chiamo Fileo. E’ raro incontrare degli uomini da queste parti.
Ma avrete senz’altro bisogno di rifocillarvi! Entrate dunque, qui è
pericoloso sostare all’aperto: il territorio potrebbe essere battuto da bande
di razziatrici.”
Dopo
aver dato loro da mangiare Fileo raccontò della sua tormentata adolescenza,
dell’uccisione di suo padre per mano delle Amazzoni, e di come ogni raro uomo
corresse lì il continuo rischio d’essere catturato dalle guerriere che
setacciavano la zona a caccia di maschi con cui accoppiarsi. In caso di cattura
l’unica salvezza era rappresentata dal diventare lo schiavo di qualche
Amazzone privilegiata, o
della stessa Regina.
“Schiavo?”
“Sì
Eracle, è questo il nostro destino: venire usati per la riproduzione, in questo
caso il costume delle Amazzoni prevede l’uccisione dopo l’accoppiamento;
oppure diventare schiavi di una guerriera di alto rango, solo queste, infatti,
hanno il diritto di possedere un servo, e a differenza delle altre godono del
privilegio di potersi dedicare ai piaceri della carne. Così lo schiavo deve
essere giovane e forte, per venire espressamente addestrato allo scopo di essere
strumento di piacere della propria padrona, sottostando a qualsiasi suo
ordine.”
“Una
specie di concubinato, quindi: in fondo, una schiavitù... piacevole.”
“Tutt’altro.
Allo schiavo non è assolutamente permesso alcun piacere fisico. E’ tenuto ad
osservare la castità. Ma questo è il minore dei mali...”
Fileo
non entrò nei particolari circa la vita che attendeva chi fosse stato
catturato. Lui ben sapeva che le Amazzoni, conscie della propria supremazia
femminile, consideravano il maschio un essere inferiore, una proprietà
esclusiva da utilizzare a proprio piacimento. Sapeva pure che lo schiavo veniva
obbligato a vivere nella nudità più completa: unico addobbo erano un collare
di ferro attorno al collo ed uno, fatto su misura, stretto attorno agli organi
genitali, che sarebbe servito ad impedire qualsiasi utilizzo del proprio membro
nonchè a privarlo dell’orgasmo. Uno schiavo che avesse ceduto al piacere
sarebbe stato considerato incapace di servire la propria padrona la quale, a
seconda dell’umore, avrebbe deciso se consegnarlo ad altre per la copula
oppure ucciderlo subito quale monito per gli altri. In questo caso il
malcapitato veniva legato ad un palo diventando un bersaglio umano per le
arciere che, con molta maestria, si cimentavano nel centrarne il corpo evitando
accuratamente di colpire punti vitali. Una vera e propria gara di abilità che
poteva durare molto a lungo.
“Ma
voi stranieri dove siete diretti?” chiese Fileo interrompendo il flusso dei
suoi pensieri.
Eracle
gli raccontò del loro approdo nei pressi di Temiscira, dove avevano fatto
provviste per poi impegnarsi nella loro ricerca, l’oggetto della quale preferì
non rivelare; dopodiché lo salutò, ringraziandolo dell’accoglienza.
Partiti
gli ospiti Fileo decise di tornare al suo campo per riprendere il lavoro di
aratura, ignaro del fatto che a poca distanza era appostato un gruppo di
razziatrici guidate dalla bellissima Melanippe, sorella della regina Ippolita.
Il
gruppo di Amazzoni era formato dunque da Melanippe e da altre quattro agguerrite
compagne. Le guerriere si erano sfidate in una gara di abilità di tiro con
l’arco in cui la vincitrice avrebbe avuto il diritto di priorità sul primo
maschio catturato. Alla fine prevalse proprio Melanippe, e in preda
all’eccitazione della caccia si erano velocemente messe in cammino, arrivando
così nei pressi del campo dove Fileo, all’oscuro di tutto, era occupato nel
suo lavoro. Una volta individuatolo si appostarono fra gli alberi, in attesa del
momento migliore per catturarlo.
Nascosta
tra gli alberi, Melanippe osservava il bel giovane, colpita dalla sua avvenenza.
Mai aveva visto un uomo così attraente, mai aveva assistito ad una pratica di
quel genere, mai ad uno schiavo
era stato permesso di toccarsi, di darsi piacere a quel modo. Quella
scena la turbava, e si
rendeva oltretutto conto di assistere a qualcosa di nuovo: il volto del giovane
non esprimeva infatti piacere, bensì sofferenza.
Fileo
se ne stava accovacciato all’interno della tenda dell’Amazzone, solo e in
catene.
“Dimmi
il tuo nome giovane schiavo” chiese Melanippe quando gli fu vicina. Fileo
aveva colto nel tono della voce una certa
benevolenza nei suoi confronti.
“Mi
chiamo Fileo” rispose, inginocchiandosi e abbassando lo sguardo sui
piedi di lei.
“Alzati
Fileo.” La voce di Melanippe tradiva una certa emozione. Lo osservava
intensamente: era affascinata da quel giovane, da quel bel corpo vigoroso, nudo
e indifeso, che le si offriva con tanta devozione!… E quello sguardo fisso sui
suoi piedi la eccitava terribilmente…
“Sì,
mia signora” rispose Fileo alzandosi e continuando a tenere lo sguardo basso:
aveva sentito parlare di Melanippe, della sua bellezza e delle cure
fanaticamente gelose che ella riservava ai propri piedi.
“Puoi
alzare lo sguardo Fileo. Ma dimmi...“ Una profonda, strana sensazione,
qualcosa che non aveva mai provato sino ad allora, la invase improvvisamente,
nel momento stesso in cui i suoi occhi sprofondarono in quelli di lui! Melanippe
si sentiva quasi bloccata.
“Sì,
mia signora?” disse timidamente Fileo, che a sua volta non riusciva ad
abbandonare quello sguardo, anche lui perduto nella bellezza di due occhi
incantevoli incastonati in un viso dai lineamenti perfetti, simile a quello di
una dea.
“Dimmi
Fileo…“ Melanippe si era ripresa dallo stato di torpore in cui era caduta,
ed il suo tono manifestava un certo imbarazzo.
“Vorrei
conoscere il motivo di quelle carezze così intime, che ti ho visto fare prima
della tua cattura .“
“Mia
signora…” Fileo era a sua volta imbarazzato “si tratta di un’antica
pratica tramandata di padre in figlio. Serve a tenere sotto controllo il
piacere. “
“Per
tutti i numi dell’Olimpo! Ma a che pro tanta sofferenza?” l’interruppe
Melanippe.
“Semplicemente
perchè il nostro desiderio più grande, mia signora, è quello di sopravvivere,
e sappiamo che uno schiavo, perché ciò possa avvenire, deve essere in grado di
non deludere la
propria padrona. Ma il mio desiderio più grande ora, dopo esser stato catturato
proprio da te, è solo di essere il TUO servo… a qualsiasi prezzo!”
Melanippe
distolse lo sguardo, turbata ed imbarazzata, Oltretutto era ben consapevole del
destino riservato ad uno schiavo che trasgrediva alle regole. Non aveva mai
partecipato all’uccisione di alcun prigioniero, e non approvava quel genere di
pratica. Inoltre Fileo l’aveva conquistata e non intendeva perderlo. Decise in
un attimo che si sarebbe battuta affinchè egli divenisse il suo schiavo
personale. In fondo lei era la sorella della regina: le avrebbe parlato. E
l’avrebbe convinta.
Non
fu facile per Melanippe convincerla: Ippolita aveva intuito che c’era qualcosa
d’insolito in quell’accalorata richiesta, e non voleva ascoltarla,
ricordandole che in genere il destino dei prigionieri, secondo le leggi,
prevedeva la loro uccisione dopo l’accoppiamento. Alla fine la determinazione
di Melanippe fu tale, che la regina finì per
accordare alla sorella la proprietà del giovane.
“Solo
come tuo schiavo personale” le disse “e come tale, dovrà
sempre essere trattato.”
Fileo,
secondo costume, venne pertanto affidato alle cure delle addestratrici
per essere “iniziato” alla sua condizione di schiavo. La prassi
prevedeva l’applicazione di un collare in ferro, collegato con una catena ad
un anello stretto intorno ai genitali: l’anello doveva essere appositamente
“adattato” alla base del pene in modo da impedirne l’erezione e l’uso da
parte dello schiavo, al
quale era negato ogni diritto al piacere sessuale.
Il
giorno seguente Fileo fu riconsegnato a Melanippe, che attendeva con ansia quel
momento.
”Perdonatemi
mia signora” riuscì a sussurrare Fileo inginocchiandosi di fronte a lei, in
un tintinnio di catene.
Melanippe,
pur sorpresa, non era adirata, anzi, semmai
compiaciuta di quanto accaduto. Avrebbe sfruttato quella situazione per
mettere alla prova il suo giovane prigioniero.
“Non
temere“ disse “ho finalmente potuto scorgere gioia nei tuoi occhi, e piacere
sul tuo viso. Ora però
sei mio schiavo e i
miei schiavi non corrono alcun pericolo di vita… purché dimostrino devozione
e sottomissione. Tu, Fileo, sarai addetto alla mia persona .“
Il
tono della voce di Melanippe era diventato adesso autoritario. La donna avanzò
posando volutamente i piedi nudi sulle fresche tracce dell’orgasmo di
Fileo.
“Per
questo ho deciso di affidarti la cura del mio corpo, dei miei piedi… del mio
piacere. “
Fileo
attese che Melanippe si adagiasse sul giaciglio in fondo alla tenda e, ricevuto
un inequivocabile cenno di comando, si mise in ginocchio nei pressi di quello.
Quindi con molta delicatezza e dolcezza, prese a baciarle e a leccarle i piedi.
Sino
a quel momento Melanippe non aveva mai provato vera attrazione per un uomo. Le
tradizioni delle Amazzoni le avevano insegnato a considerare i maschi come una
sottospecie formata da esseri senza cultura, emozioni o sentimenti: un genere da
sfruttare e basta.
Da quando le avevano consegnato lo
schiavo Melanippe si era dedicata esclusivamente al suo addestramento, ed il
giovane Fileo aveva superato ogni sua aspettativa eseguendo meticolosamente ogni
suo ordine. Intuiva i suoi più reconditi desideri anche solo guardandola in
viso. Ogni
gesto, ogni intervento di Fileo veniva attuato con premurosa delicatezza.
Ormai rappresentava una parte complementare di lei, quasi un suo naturale
prolungamento pronto a soddisfarne qualsivoglia richiesta.
Dopo
aver cavalcato per alcune ore sotto un sole cocente, giunsero presso un
torrente le cui acque limpide rappresentavano un richiamo
irresistibile. Melanippe decise di fermarsi sulle rive del fiume,
ombreggiate da enormi querce. Il luogo pareva sicuro e accogliente e tutte loro
avevano bisogno di
frescura e riposo. Dopo aver ordinato alle due compagne di stare all’erta,
Melanippe si spogliò velocemente e si immerse nelle fresche acque.
Ora
Melanippe era né più né meno nelle stesse condizioni in cui aveva ridotto
molti dei suoi prigionieri: gettata su un lercio pavimento, semisvestita ed
indifesa, coi nudi piedi chiusi in rozzi ferri arrugginiti.
All’accampamento
intanto, approfittando dell’assenza della sorella, Ippolita aveva deciso di
indagare su quali fossero i motivi per i quali Melanippe tenesse tanto in
considerazione quello schiavo. Lo fece portare nella sua tenda e ordinò alle
sue guardie di farlo prostrare ai suoi piedi. Rimasti soli la Regina, colpita
dall’insolita bellezza del giovane, ordinò a Fileo di alzarsi. Il suo bel
volto, quell’atteggiamento cosi docile e sottomesso, le procurarono
immediatamente uno strano turbamento. Iniziava a comprendere i sentimenti della
sorella. Lo mise alla
prova: Fileo rispondeva ad ogni comando con disarmante dolcezza, e la sua
accattivante disponibilità finì quasi per conquistare anche la
rude Regina stessa.
All’improvviso
una sentinella annunciò l’arrivo di Eracle con un suo compagno a chiedere
udienza. L’Eroe informò la Regina di averne catturato la sorella Melanippe, e
che in cambio della vita di quella avrebbe dovuto ora consegnargli la sua famosa
cintura.
“Giammai!“
urlò “Un’Amazzone che si macchia dell’onta della sconfitta e della
cattura non è più degna di essere considerata una guerriera!”
“Come
volete, Regina” rispose Eracle con un sorriso beffardo “vuol dire che
porteremo con noi Melanippe, e la venderemo come schiava oltremare. Avete
comunque tutta la notte per decidere diversamente, poiché solo all’alba di
domani riprenderemo il mare.”
Detto
ciò Eracle si allontanò col suo compagno, senza che nessuna guerriera, vista
la delicata situazione, osasse torcergli un capello.
Fileo
aveva ascoltato ogni cosa e, non appena i due lasciarono la tenda, si gettò
disperatamente ai piedi della Regina supplicandola di liberare la sua padrona.
Le disse anche di conoscere la fama di Eracle, la sua invincibilità
soprannaturale, dono di Zeus, e di come fosse temerario intraprendere qualsiasi
azione contro di lui.
Giunti
alla nave, Eracle la fece salire a bordo per lo scambio, avendole garantito,
giurando sugli Dei, la sua incolumità.
Per
lungo tempo Melanippe non abbassò mai, dall’alto della sua cavalcatura, lo
sguardo verso di lui, forse in un altezzoso sdegno che mascherava al contrario
la vergogna subita. Poi all’improvviso Fileo incrociò per un attimo i suoi
occhi, carichi di una malinconica ma dolcissima luce, allora le sfiorò con le
dita il piede, e lei sorrise lievemente, guardando maliziosamente altrove.
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