GAUVAIN
Rebellio carnis
La
notte avvolge di fitte tenebre le anguste vie di Spoleto, nella tiepida
primavera dell’anno del Signore 1380. Solo qualche angolo è rischiarato
appena dai ceri che tengono compagnia alle immagini sacre. Le botteghe chiuse,
gli usci serrati, nulla si muove nelle strette viuzze, che poche ore prima
ancora fervevano d’intensa attività a causa dei lavori alla possente rocca,
voluti dal cardinale Egidio Albornoz incaricato da papa Urbano VI° di procedere
alla riorganizzazione dei territori della chiesa. Ora tutto è oscurità e
silenzio.
Una sagoma nera
scivola lungo il muro in pietra grezza della stradina che porta al castello;
poco prima di questo, sulla sinistra, s’apre un ampio spazio in fondo al quale
s’innalza l’enorme bianca facciata della cattedrale. La figura si avvicina
all’abside di una piccola chiesa, che sporge sulla discesa che porta alla
piazza; alla finestra del piano superiore dell’edificio attinente
s’intravede appena un’altra figura, in camicia bianca, che fa dei cenni, in
assoluto silenzio. Un povero mendicante, che non ha trovato posto sotto i
portici della cattedrale, osserva la scena da dietro un cespuglio sottostante,
ma nessuno si accorge di lui: è soltanto un’ombra fra le ombre. La figura
alla finestra scompare, ed un lieve rumore annuncia l’apertura di una
porticina al piano terra. La scura sagoma in strada sgattaiola nel cortile
interno dove ad aspettarla c’è Maria, la giovane serva che attende all’edificio
dei religiosi: è scesa vestita della sola camicia, bella e fremente, ad
incontrare il suo improvvisato amante, servo anch’esso, per il loro primo
azzardato incontro notturno. Salgono velocemente la scala esterna fino
all’alloggio della servitù, che per una serie di fortuite circostanze ospita
ora soltanto la ragazza. La stanza si trova proprio sopra la cucina, è
completamente disadorna e contiene solo un letto imbottito di paglia ed una
rozza panca per contenere le vesti. I due tolgono frettolosamente gli abiti e
s’immergono nella loro silenziosa notte di sesso. Dopo un po’ i loro gemiti
trattenuti a stento scemano lentamente, per cessare poi del tutto lasciando il
posto al canto di un grillo sul davanzale.
Al suono delle
campane che annunciano la prima, accompagnato dal tramestio delle galline che
razzolano sotto la finestra, Maria apre gli occhi. Ormai è giorno e il suo
amante non c’è più: se n’è andato quand’era ancora buio (saggia
precauzione, pensa ingenuamente lei). Rapida si alza e si veste per cominciare
le pulizie; esce sulla scala, a piedi nudi, risparmiando le pianelle per quando
uscirà in strada, e sente alcune voci concitate
echeggiare nel cortile interno, su cui si apre l’ingresso della chiesetta; si
ferma un’attimo indecisa, ma poi rientra nella stanza: l’esperienza le ha
insegnato ad occuparsi solo delle faccende di cui viene espressamente
incaricata. Dopo essersi lavata il viso e le mani in una bacinella, si avvicina
al davanzale per vuotare l’acqua in strada, ma si arresta, incuriosita, ad
osservare una strana scena: ci sono due miliziani, uno con una cuffia imbottita
ed una corta spada al fianco, l’altro con un piccolo elmo a cervelliera ed una
picca; stanno parlando con un mendicante, che all’improvviso indica proprio il
punto dov’è affacciata lei. Maria si ritrae istintivamente dalla finestra,
siede sul letto e appoggia vicino a sé la bacinella, mentre comincia ad
invaderla una strana ansia la cui origine le è ancora oscura. Poi sente
qualcuno salire le scale, e i due soldati entrano nella stanza; alle loro spalle
si vedono tre religiosi dall’aria agitata. Lei si alza velocemente, stupita;
subito viene aggredita con un brusco interrogatorio: riesce a rispondere
inizialmente solo con monosillabi e gesti del capo, ma davanti all’evidenza
dei fatti non mente, sicura che tutto questo trambusto non possa dipendere solo
dalla sua ingenua notturna trasgressione alle regole. La realtà è ben diversa:
un empio ladro ha trafugato gli arredi sacri della chiesa, e non può essere che
l’unico uomo che Maria, in preda alla paura, ha ora ammesso di aver fatto
entrare nell’edificio. Non servono altre versioni o spiegazioni: il furfante
è sicuramente ormai lontano, e qui c’è solo la sua peccaminosa, non importa
se inconsapevole, complice. I miliziani l’afferrano saldamente per le braccia,
e nessuno si perita di farle sapere quale sarà la sua sorte.
Quando la
trascinano in strada, ancora confusa e scalza, la gente si ferma curiosa,
guardando alternativamente gli stizziti religiosi sulla soglia ed i soldati che
la strattonano per la salita che porta alla rocca. Maria è troppo sconvolta per
riordinare i pensieri: lungo il tragitto esiste per lei solo la forte stretta
dei due uomini alle sue braccia e, sotto le nude piante dei piedi, il pungente
pietrisco involontariamente seminato a tratti sul lastricato da qualche
indaffarato operaio. Comincia a scuotersi solo quando passano sotto l’arco
dell’ingresso al castello e si rende conto che la stanno portando verso le
prigioni. Maria si lamenta e comincia ad agitarsi, col solo risultato di far
innervosire ancor più i due già burberi miliziani. Si dirigono verso i
sotterranei; nel sudicio stanzone in fondo alla scala di pietra c’è solo il
carceriere che, già avvisato, sta preparando i ferri per la ragazza: si tratta
di una sbarra lunga due palmi che infila in due pezzi fatti ad “u” forati
alle estremità, imprigionando così le sottili caviglie di Maria, vincolata ora
con una lunga catena all’umida parete. Mentre il carceriere martella un perno
all’estremità dell’asta per chiudere i ferri, i miliziani se ne vanno.
L’uomo si alza ed osserva la giovane con un ghigno sinistro, poi s’incammina
per le scale, lasciandola sola. Maria è sconvolta dal rapido precipitare degli
eventi; seduta sul sudicio pavimento rimane immobile nella semioscurità a
fissare i suoi piccoli piedi chiusi nel ferro arrugginito. Passano così le ore,
finchè torna il carceriere portandole un misero pasto. Maria non sa che
l’aspetta il momento peggiore della sua già misera esistenza: lei è bella,
incatenata e sola col ceffo negli isolati sotterranei. Il tizio si chiude la
porta alle spalle, posa la ciotola col cibo e si avvicina; lei non fa neanche in
tempo a realizzare cosa sta per succedere: l’uomo la getta carponi, per non
avere l’impiccio delle sue catene, e mentre con una mano cerca di tapparle la
bocca, con l’altra la tira a sè, cominciando a violentarla da dietro. Maria
cerca di divincolarsi, ma la sua resistenza è ben poca cosa, ed in breve le sue
difese crollano del tutto; non si rende nemmeno conto di quando l’uomo,
soddisfatti ormai i suoi appetiti, esce dalla stanza, lasciandola singhiozzante
e prostrata sul sudicio pavimento.
La mattina
seguente tornano i tre uomini; mentre il carceriere le toglie i ferri i soldati
le dicono seccamente, quasi fossero delusi, che non ci sarà bisogno di
interrogarla, poiché l’uomo che lei ha indicato era stato visto uscire
all’alba dalla porta a settentrione, e chi di dovere è già sulle sue tracce.
Poi le legano i polsi con una lunga corda e la trascinano fuori: la riportano
verso la cattedrale. Lungo il tragitto molti, ormai al corrente dei fatti, le
inveiscono contro apostrofandola come fosse un’empia prostituta; un operaio,
vedendola a piedi nudi, getta addirittura una manciata degli aguzzi detriti che
stava trasportando sul selciato davanti a lei, che incespica cercando
inutilmente di evitarli. Quando sbucano sul piazzale Maria capisce subito cosa
l’aspetta: su un lato hanno preparato dei massicci ceppi di legno; seduta a
terra le vengono bloccati i piedi nei fori di due spesse tavole verticali chiuse
da un pesante lucchetto, ed ora è esposta a tutti, in direzione del centro
della piazza. Di fronte a lei comincia a raccogliersi una piccola folla
vociante, alcuni indicano sghignazzando i suoi piedi, le cui ormai sporche nude
piante incorniciano un cartello affisso al centro delle tavole, dove qualcuno ha
scritto in un rozzo latino le sue colpe. La lasciano così
per tutto il giorno. Dopo un po’ la folla comincia a diradarsi, e
rimangono solo dei ragazzi che, schernendola, raccolgono un pezzo di legno,
esitano un attimo poi cominciano a tormentarla sferzandola sotto la pianta dei
piedi; lei strilla e si agita, impossibilitata ad evitare i dolorosi colpi, ma
nessuno interviene: dopotutto è lì apposta per essere punita! Alla fine anche
i ragazzacci si stufano e se ne vanno; Maria, riversa all’indietro, sente i
piedi che le bruciano, gira la testa e i suoi occhi si fissano sulla bianca
facciata della cattedrale, dove un grande mosaico mostra Cristo tra S.Giovanni e
la Vergine Maria. Ma ogni concetto di grazia e santità le è stato strappato
con la violenza dalla mente.
Il sole comincia
a calare e tornano i miliziani per toglierla dai ceppi. Le dicono
sprezzantemente che è fortunata, poiché il furfante che grazie alle sue turpi
voglie ha commesso quell’empietà è stato acciuffato, con tutto il maltolto.
Tenendola stretta la portano adesso giù per un’angusta stradina fino ad una
delle porte della città: qui la spingono brutalmente all’esterno, sulla
strada polverosa, mentre i battenti si chiudono
violentemente dietro le sue spalle. Maria si alza lentamente e comincia a
camminare inebetita, come una sonnambula, tra le case già serrate del borgo
fuori le mura; i piedi nudi le dolgono sul pietrisco, soprattutto a causa del
tormento inflittogli sulla piazza, ma prosegue incurante e si allontana dalla
città, mentre il cielo comincia ad imbrunire. Quando arriva in prossimità
della via Flaminia si ferma, e avvicinandosi pian piano alla strada si
accovaccia tra i cespugli: sta passando una lunga processione di uomini, cavalli
e carri. Maria è intimorita: sono chiaramente dei soldati, anche se la maggior
parte delle armi devono essere celate fra i bagagli. Quando sente delle risa di
donna provenire da uno dei carri coperti rompe gli indugi, e si alza.
All’inizio nessuno sembra notarla, poi un uomo a cavallo esce dalla colonna e
le si avvicina: è un bel giovane che comincia
a porle delle domande sul suo conto. Poi le rivela in chi si è
imbattuta: si tratta della compagnia mercenaria di Alberico da Barbiano, diretta
a Perugia per aprire la strada attraverso l’Umbria a Carlo di Durazzo, figlio
del re d’Ungheria, cui papa Urbano ha offerto il trono di Napoli. Ora la
invita ad unirsi a loro, poiché sono in procinto di acquartierarsi per la
notte, e vedendola scalza la invita a salire a cavallo dietro di lui.
Lei esita appena
un attimo, si gira e guarda indietro verso la città di Spoleto, avvolta dalla
bruma sulla cima del colle; poi prende la mano del giovane mercenario, si
aggrappa con l’altra alla sella e sale. La testa della lunga colonna di
soldati si perde ormai nell’oscurità, e con essa tutte le risposte alle
incognite del domani, ma Maria sente che la paura è rimasta alle spalle, e
l’ipocrita disprezzo degli altri non l’ha resa che più forte. Ora non ha più
nulla, se non il suo bel corpo; e mentre nasconde tra i seni un piccolo pugnale
che ha abilmente sottratto dalla bisaccia del giovane mercenario, pensa che
dopotutto non è poco: imparerà a vendersi a caro prezzo.
GAUVAIN: gaveyn@libero.it