GAUVAIN

         

 

  Narra Pausania vi fosse in Sparta un tempio molto singolare, cui era stato sovrapposto un santuario dedicato a Morfò, epiteto di Afrodite che significa “dalle belle forme”. Nel tempio la dea era raffigurata seduta, col capo velato ed i piedi incatenati. Sul perché Afrodite stesse in ceppi si davano le più varie spiegazioni: i più dicevano fosse stato Tindaro a voler punire la dea per quello che essa aveva causato alle sue figlie, Elena e Clitemestra, nel contesto della guerra di Troia; altri, che ciò rappresentasse la fedeltà delle donne ai propri sposi. Ma forse fu solo un goffo espediente, per illudersi di aver un qualche potere su quel sentimento che invece gli esseri umani da millenni non riescono a padroneggiare…

   

 

Morfò 

     La sabbia è tiepida, sulla riva. Serena si guarda la punta dei piedi che, nudi, sporgono dall’orlo ricamato della sua lunga veste. Quando la schiuma di una debole onda giunge a lambirli, alza lo sguardo sul mare: oggi è di un verde smeraldo, che vira al blu, in fondo, staccandosi nettamente dal limpido cielo estivo. Un suono di risa la fa voltare: suo padre ha detto qualche stupidaggine alle sue sorelle; si stanno riposando dopo una lunga mattinata trascorsa per affari al porto di Centumcellae, e probabilmente passeranno la notte nella vecchia fortezza di Pyrgi, che emerge scura sullo sfondo. Ma Serena ha voglia di star sola, e comincia a camminare pensierosa; la sua mente è oppressa dall’immagine di Adriano, il suo promesso sposo, morto poco tempo prima  nella Tuscia in uno scontro con i Longobardi. Si allontana dagli altri: vuole liberarsi dai cattivi pensieri curiosando attorno al panciuto relitto di una grossa nave, che si staglia sulla linea chiara del vicino promontorio.

A dire il vero, il relitto ha un aspetto un po’ inquietante: sembra uno scuro, enorme guscio di noce, coricato su un fianco. Serena decide di girargli intorno, per indagarne il lato nascosto, ma appena aggirato lo scafo il cuore le balza in petto: due scure forme, ricoperte di stracci l’afferrano tirandola a loro, e si ritrova immobilizzata da due braccia robuste, mentre una  mano callosa le serra le labbra e due occhi giallastri s’inchiodano nei suoi. In preda alla paura sente i due che discutono sottovoce in maniera concitata, in una lingua incomprensibile. Improvvisamente quello che le preme la mano sulla bocca con un rapido movimento scioglie una benda dai fianchi e la imbavaglia, e lei si accorge con terrore che l’altro le sta legando le mani dietro la schiena. Il panico la invade e comincia a scalciare violentemente. A questo punto i due si agitano preoccupati, e mentre uno la tiene ferma, l’altro si gira di spalle e blocca  le gambe di Serena tra le sue cosce: ora una ruvida corda di canapa si stringe attorno alle sue caviglie, imprigionandole i piedi, e la paura raggiunge il suo apice levandogli ogni velleità di reazione. Si sente sollevare da terra: il più robusto dei due se l’è messa sulle spalle, ed ora cominciano a muoversi circospetti, rimanendo in linea col relitto per nascondersi alla vista degli altri mentre aggirano il promontorio.

Serena sente il cuore scoppiargli nel petto, premuto contro le spalle dell’uomo il cui puzzo acre la soffoca; da quella posizione vede solo la sabbia sotto di sé e  le gambe di quello, coperte da un lungo e grezzo abito, che si muovono velocemente, mentre i suoi piedi legati sfiorano con la nuda pianta la veste dell’altro ceffo. Dopo un po’ i due si fermano, e lei scorge con la coda dell’occhio una piccola barchetta sulla riva, nella quale i due la caricano rapidamente, adagiandola sul fondo. L'imbarcazione inizia a muoversi dondolando; i due salgono e cominciano a remare. Serena non ha il coraggio di girare la testa, così vede solo il bordo della barca ed uno spicchio di cielo, che dopo un po’ viene oscurato dalla fiancata di uno scafo più grande, da cui si sporgono degli uomini che parlano concitati coi suoi rapitori. Capisce ora in un attimo che si tratta una piccola nave pirata saracena, e che i due erano scesi a terra per sbirciare la fortezza e l’urgenza di non venir scoperti gli ha fruttato, volenti o nolenti, una nuova preda. All’improvviso trasale: una rete gettata nella barchetta l’ha ricoperta, e i due pirati cominciano ad avvolgervela. Gli altri la issano a bordo, e dopo qualche leggero urto sul fianco della nave, delle mani l’afferrano, la posano sul ponte e aprono la rete. Scorge in controluce dei visi scuri che si chinano su di lei, sente le loro voci meravigliate e vede delle mani che si allungano verso il suo bel viso…ora chiude gli occhi e aspetta il peggio.

Un urlo rauco glieli fa riaprire. Tutti sussultano mentre compare un uomo, che allontana velocemente gli altri da Serena con ordini secchi. E’ meno cencioso, evidentemente il loro comandante. Questo si china su di lei, che chiude nuovamente gli occhi girando la testa, la osserva attentamente, parla coi due che l’hanno rapita quindi impartisce altri ordini. Due uomini la afferrano alle ginocchia e sotto le ascelle, si sente sollevare: i due scendono degli scalini portandola sottocoperta, l’unico posto, in una piccola nave senza alloggi, adatto a nasconderla alla vista di un equipaggio facile preda di tentazioni. Qui la posano con delicatezza su un mucchio di grezzi teli, le levano il bavaglio, e se ne vanno. La stiva è buia e puzzolente. Mentre i suoi occhi si adattano all’oscurità, si accorge che comincia ad avere le mani intorpidite, strette dalle corde. Raccoglie a sé le gambe, ancora legate, e sente sotto i piedi nudi che il pavimento è umido e viscido. Si ode solo il suo respiro incerto, dei passi attutiti dal ponte sovrastante ed un leggero tramestio in un angolo. Ora comincia a scorgere l’interno: è pieno di sacchi e casse, e ci sono due capre intimorite che la osservano da dietro una travatura, frutto evidente di una precedente razzia.

Per un po’ nessuno si fa vedere. Serena sente solo il dondolio della barca ed i passi sordi sopra la sua testa, e comincia ad avvolgerla uno strano torpore, che la paura non riesce a trasformare in sonno. Poi trasale: un uomo scende la scaletta e si avvicina con qualcosa in mano, lei cerca goffamente di arretrare lungo la fiancata, per quanto le corde possano permetterglielo, ma l’uomo fa un gesto come per rassicurarla e mostra del cibo; poi le slega le mani e si siede su una cassa poco distante. Il primo istinto di Serena è quello di massaggiare i polsi segnati dalla corda, poi si accorge improvvisamente di avere molta fame: evidentemente è passato più tempo di quanto si fosse resa conto. Afferra il cibo e lo divora velocemente senza neanche badare a cosa sia. Quando ha finito vede l’uomo che la osserva soddisfatto e si alza impugnando la corda, Serena scuote ripetutamente il capo, facendo di no, senza fiatare, con la bocca semiaperta, ma l’uomo, silenzioso anch’esso, fa un brusco gesto con espressione incattivita, e lei si blocca, lasciando che questo le leghi di nuovo le mani dietro la schiena. Ora il pirata raccoglie la ciotola scheggiata del pasto e se ne va, lasciandola nuovamente sola.

Dopo qualche tempo, che a Serena pare un’eternità, l’uomo ritorna e le mostra un putrido catino, facendole capire con un gesto eloquente che è per fare i bisogni; lei rimane un attimo interdetta poi annuisce timidamente, allora il pirata si avvicina e scioglie le sue caviglie, aiutandola ad alzarsi. Serena barcolla e aspetta, osservandolo con aria interrogativa, allora l’uomo fa una risata sguagliata e si volta di spalle sghignazzando. La tinozza è veramente orribile e Serena si trattiene a stento dal vomitare, però non ha altra scelta, così si forza ad andare avanti. Quando ha finito si allontana verso la fiancata, l’uomo capisce, si gira e le va incontro con la corda in mano; stavolta lei rimane impassibile, siede a terra e si lascia legare nuovamente i piedi. Il pirata se ne va col catino, e Serena piomba nuovamente in un agitato torpore. Perde così la cognizione del tempo, scandito solo dall’alternarsi di bagliore e oscurità attraverso la botola in cima alla scaletta, e dalle visite per il cibo e per i bisogni che le fa sempre lo stesso uomo, evidentemente l’unico autorizzato ad avvicinarla.

Un giorno, però, sente dei rumori diversi e capisce che la nave è ferma;  pian piano diminuisce il viavai di passi sul ponte. Passa altro tempo, poi due uomini scendono dalla scaletta: uno è il comandante, e l’altro un tizio dai vestiti sgargianti che la ispeziona subito con interesse. I due parlano un po’ tra loro, finendo poi per discutere animatamente; alla fine il comandante la slega e la fa alzare tenendola saldamente per un braccio, con espressione sorniona e soddisfatta; l’altro  si avvicina e le controlla polsi e caviglie, poi va verso la scaletta e chiama qualcuno di sopra. Dopo un po’ scende un giovane, portando una cassettina ed una lunga catena: Serena capisce ora che il tizio dai vestiti sgargianti è un mercante di schiavi, e geme spaventata; il capitano le stringe forte il braccio guardandola male, e lei si blocca impaurita. Mentre il mercante comincia a pagare il dovuto, il giovane mette attorno al collo di Serena un collare di ferro, chiudendolo sommariamente facendo passare la catena in un anello all’estremità di questo. Lei sente aumentare la disperazione, e a malapena si accorge che la stanno tirando verso la scaletta. Appena usciti la luce la acceca, e sente solo il legno umido del ponte sotto i piedi nudi, il duro ferro del collare intorno alla gola e sul viso un vento caldo, profumato di mare; poi comincia a riabituarsi alla luce e vede che la nave è ora semideserta e attraccata ad un porto vociante e soleggiato.

Il giovane la strattona verso una tavola di legno che unisce la nave al molo, su cui c’è già il mercante vicino ad un carro coperto da un telo. Appena sulla passerella la disperazione di Serena raggiunge l’apice, e lei fa uno scarto per buttarsi in acqua, sperando di morire annegata o strozzata dalla catena; ma sente due forti braccia che la afferrano da dietro e il mercante a terra che impreca, infuriato. Viene strattonata in avanti, la pietra del molo è calda e ruvida sotto i piedi, delle mani la spingono velocemente sul carro, mentre una piccola folla variegata osserva la scena incuriosita. Il veicolo è completamente chiuso alla vista esterna dal telo, e dentro c’è puzza di muffa. Serena sente il mercante che fuori parla, ancora alterato, al suo aiutante, che quindi sale dietro, dov'è lei, e inizia a frugare negli angoli. Tira fuori un martello con una specie di piccola incudine, e dei ceppi per i piedi. Serena, ancora agitata e dolorante per le strattonate, non si muove, e lascia che quello fissi le catene attorno alle sue sottili caviglie battendo due grossi chiodi col martello; dopo che gli ha incatenato i piedi, il giovane comincia a togliergli il collare e strilla qualcosa al mercante.

Il carro si mette in moto. Serena non vede nulla dell’esterno, se non dei piccoli scorci di strada polverosa quando di tanto in tanto un lembo del telo si solleva con un sobbalzo del veicolo. Il giovane la osserva con un sorriso ambiguo, poi prende un bastoncino e la punzecchia sotto la pianta di un piede, lei sobbalza e ritira le gambe sotto il lungo vestito, con rumor di catene. L’altro sghignazza. Dopo un po’ si fermano. Si sente il mercante parlare a lungo con qualcuno, stavolta con voce gentile, e all’improvviso una figura si affaccia  nel carro: è un bell’uomo di mezza età, dalla carnagione olivastra e abiti lussuosi; osserva attentamente Serena, prima accigliato, poi con espressione sempre più rilassata, quasi dolce. Alle sue spalle si vede il mercante che continua a parlargli, con una sorta di carta geografica in mano, su cui indica ripetutamente un punto in particolare. L’uomo sparisce come era apparso, e si sente ancora discutere all’esterno. Poi tutto tace. Si riaffaccia ora il mercante, che dice con aria soddisfatta qualcosa di incomprensibile al suo aiutante; questo aiuta pian piano Serena a scendere e lei vede con meraviglia che si trovano in un cortile dall’architettura bizantina, abbellito da giardini verdeggianti.

L’uomo elegante non c’è più, solo due servitori ben vestiti, che la prendono delicatamente per le braccia. Camminando lentamente la portano verso il porticato. C’è un gran silenzio: si sentono solo il gracchiare delle cicale ed  il rumore delle catene alle caviglie di Serena, che avanza osservando stupita l’elaborata architettura del cortile che incornicia l’azzurro limpido del cielo, ulteriormente addolcito da una tiepida brezza estiva. Sente sotto i piedi nudi il morbido dell’erba, poi il fresco di un pavimento ad intarsi marmorei: ora è all’interno, e i due servitori l’affidano ad un gruppo di giovani donne che la portano in un sontuoso bagno ricoperto di marmi, dove la spogliano completamente per lavare con cura il suo splendido e bianchissimo corpo, profumandole poi i capelli con essenze sconosciute. Raggi di sole filtrano dall’alto attraverso il grezzo vetro appannato di piccole finestrelle, illuminando il vapore sopra le loro teste. Ora le ragazze la rivestono con un sottile e vellutato abito di seta blu, lasciandole i piedi nudi ed incatenati. L’accompagnano quindi per un breve corridoio fino ad una stanza in penombra, piena di drappi e cuscini variopinti, e qui la rinchiudono, lasciandola sola.

Serena prova una sorta di timore misto a stupore, ed ora è quasi rassegnata, più che spaventata. Sente strani aromi nell’aria, ed un morbido tessuto sotto i piedi, che contrasta con la sensazione del pesante ferro alle caviglie. Il tempo passa lentissimo, e lei si  allunga sui soffici cuscini, vinta dalla stanchezza. Fissa le volte del soffitto, decorate con motivi semplici ed eleganti, e vede la debole luce che le raggiunge attraverso i vetri opachi di una piccola finestra, diventare pian piano rossastra, mentre il giorno, fuori, volge all’imbrunire. Ritornano due delle ragazze di prima con delle candele in mano, portandogli del cibo raffinato che lei mangia avidamente mentre le guarda, incuriosita dal loro aspetto: una delle due è chiara e luminosa, dall’aria nordica, l’altra è bruna e sanguigna, dai bei tratti orientali; hanno entrambe degli abiti leggeri e colorati, e sono scalze, con sottilissimi cerchietti d’oro ai polsi e alle caviglie. Quando ha finito di mangiare, le due si alzano, la prendono per mano e la conducono fuori della stanza, attraverso un lungo corridoio rivestito di marmi pregiati, che riecheggia solo del  lieve suono di piedi nudi e delle catene di Serena. In fondo c’è una porta di legno scuro finemente scolpito: le ragazze  la aprono, rivelando una sontuosa stanza appena rischiarata dalla debole luce delle candele; al centro  c’è un alto letto ricoperto di stoffa scarlatta, vi accompagnano Serena e ve la fanno coricare. Una delle due le sorride, e fa un cenno di silenzio col dito sulle labbra, poi si allontanano lasciandola sola.

Dopo un poco entra l’uomo che si era affacciato nel carro: indossa una ricca veste da camera ed ha un leggero sorriso sulle labbra; si ferma ai piedi del  letto osservando Serena, col capo leggermente reclinato su una spalla, poi sgancia la fibula che tiene chiusa la sua veste, rimanendo completamente nudo. Lei osserva il suo bruno corpo muscoloso; la sua timorosa rassegnazione si è trasformata adesso in una strana  e calma attesa. Lui sfiora con la punta delle dita la pianta del piede di Serena, che viene percorsa da un brivido e ritira la gamba, tendendo la catena che unisce le sue caviglie. Ora l’uomo mette un ginocchio sul letto e vi sale sopra avvicinandosi lentamente. Serena trema appena, non sa  più neanche lei per cosa, e prova come una leggera scossa quando le mani di lui cominciano a toccarla lievemente, levandole piano la veste. Non si muove più. Sente le mani dell’uomo accarezzare delicatamente tutto il suo corpo, poi la sua lingua, che esplora ogni centimetro della pelle, procurandole piccoli brividi quando si sofferma sul collo, nell’ombelico, sotto l’arco del piede, ed infine fra le labbra della sua vagina. C’è un silenzio irreale, interrotto solo di tanto in tanto da un gemito, o dal tintinnio delle catene ai piedi di Serena. Alla fine lui la gira e la prende per i fianchi, attirandola a sé con un movimento rapido e deciso. Serena sente il suo sesso riempirsi del caldo membro di lui, che ora ansima velocemente, finché una serie di violente scosse le corre lungo la spina dorsale facendole chiudere gli occhi, gemendo di piacere. E si dimentica di tutto. Ora l’uomo è disteso al suo fianco, e dorme. Anche lei scivola lentamente nel sonno, un vero sonno, per la prima volta da giorni.

Un tiepido raggio di sole la sveglia. Apre gli occhi e si guarda attorno: l’uomo non c’è più, è sola. Poco dopo entrano due ragazze, con un servitore che porta degli attrezzi; Serena si agita impaurita al suo avvicinarsi, quello invece con martello e scalpello rompe i chiodi che serravano le sue cavigliere liberandola dai ceppi, e se ne va. A questo punto le due fanciulle salgono sul letto e cominciano a cospargerla da capo a piedi di unguenti profumati, le danno da mangiare frutta fresca e la rivestono con abiti nuovi, mettendole poi sul capo un leggero velo, che le copre anche il bel viso non facendole vedere quasi più nulla. Adesso la invitano a scendere dal letto, e l’accompagnano fuori delicatamente, ripercorrendo, come a ritroso, l’intero tragitto che l’aveva portata sin lì. Il velo le fa intravedere solo sagome indistinte, filtrando leggermente anche gli aromi nell’aria. Perfino i soffici calzari che le hanno messo ai piedi la fanno sentire ora come isolata dall’esterno. Ecco di nuovo un carro, ma pulito e confortevole rispetto al precedente, ecco il profumo del mare, le voci del porto. La fanno salire con gentilezza su una nave, ma stavolta l’aspetta un lussuoso alloggio, dove può finalmente levarsi il velo e accingersi ad affrontare in mezzo agli agi il lungo viaggio che l’aspetta.

Dopo qualche tempo la nave si ferma: due servitori la invitano a velarsi nuovamente il capo e l’accompagnano sul ponte, la fanno salire su una barchetta e remano fino alla vicina spiaggia. Serena è adesso ferma sulla riva, perplessa, e quando capisce che i due si stanno allontanando fa scivolare lentamente il velo, vedendoli riguadagnare velocemente il mare per tornare verso una snella imbarcazione su cui si sta alzando una vela rossa. Poi si gira e riconosce in lontananza la rocca di Pyrgi. Comincia a correre.

 

Ora è di nuovo sulla spiaggia, sola, a piedi nudi, vicino al relitto. L’aria si fa più fresca, e si alza un leggero vento. Serena rabbrividisce e guarda il mare; ma è più grigio dell’ultima volta. E non c’è nessuna nave dalla vela rossa.

 

 

GAUVAIN:   gaveyn@libero.it

                                                                         

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