GAUVAIN
Narra
Pausania vi fosse in Sparta un tempio molto singolare, cui era stato sovrapposto
un santuario dedicato a Morfò, epiteto di Afrodite che significa “dalle belle
forme”. Nel tempio la dea era raffigurata seduta, col capo velato ed i piedi
incatenati. Sul perché Afrodite stesse in ceppi si davano le più varie
spiegazioni: i più dicevano fosse stato Tindaro a voler punire la dea per
quello che essa aveva causato alle sue figlie, Elena e Clitemestra, nel contesto
della guerra di Troia; altri, che ciò rappresentasse la
fedeltà delle donne ai propri sposi. Ma forse fu solo un goffo espediente, per
illudersi di aver un qualche potere su quel sentimento che invece gli esseri
umani da millenni non riescono a padroneggiare…
Morfò
La sabbia è tiepida, sulla riva. Serena si guarda la punta dei piedi
che, nudi, sporgono dall’orlo ricamato della sua lunga veste. Quando la
schiuma di una debole onda giunge a lambirli, alza lo sguardo sul mare: oggi è
di un verde smeraldo, che vira al blu, in fondo, staccandosi nettamente dal
limpido cielo estivo.
A
dire il vero, il relitto ha un aspetto un po’ inquietante: sembra uno scuro,
enorme guscio di noce, coricato su un fianco. Serena decide di girargli intorno,
per indagarne il lato nascosto, ma appena aggirato lo scafo il cuore le balza in
petto: due scure forme, ricoperte di stracci l’afferrano tirandola a loro, e
si ritrova immobilizzata da due braccia robuste, mentre una mano callosa le
serra le labbra e due occhi giallastri s’inchiodano nei suoi. In preda alla
paura sente i due che discutono sottovoce in maniera concitata, in una lingua
incomprensibile. Improvvisamente quello che le preme la mano sulla bocca con un
rapido movimento scioglie una benda dai fianchi e la imbavaglia, e lei si
accorge con terrore che l’altro le sta legando le mani dietro la schiena.
Il panico la invade e comincia a
scalciare violentemente. A questo punto i due si agitano
preoccupati, e mentre uno la tiene ferma, l’altro si gira di spalle e blocca
le gambe di Serena tra le sue cosce: ora una ruvida corda di canapa si
stringe attorno alle sue caviglie, imprigionandole i piedi, e la paura raggiunge
il suo apice levandogli ogni velleità di reazione.
Serena sente il cuore scoppiargli
nel petto, premuto contro le spalle dell’uomo il cui puzzo acre la soffoca; da
quella posizione vede solo la sabbia sotto di sé e
le gambe di quello, coperte da un lungo e grezzo abito, che si muovono
velocemente, mentre i suoi piedi legati sfiorano con la nuda pianta la veste dell’altro
ceffo. Dopo un po’ i due si fermano, e lei scorge con la coda dell’occhio
una piccola barchetta sulla riva, nella quale i due la caricano rapidamente,
adagiandola sul fondo. L'imbarcazione inizia a muoversi dondolando; i due salgono e cominciano a
remare. Serena non ha il coraggio di girare la testa, così vede solo il bordo
della barca ed uno spicchio di cielo, che dopo un po’ viene oscurato dalla
fiancata di uno scafo più grande, da cui si sporgono degli uomini che parlano
concitati coi suoi rapitori. Capisce ora in un attimo che si tratta una piccola
nave pirata saracena, e che i due erano scesi a terra per sbirciare la fortezza
e l’urgenza di non venir scoperti gli ha fruttato, volenti o nolenti, una
nuova preda.
Un urlo rauco glieli fa riaprire.
Tutti sussultano mentre compare un uomo, che allontana velocemente gli altri da
Serena con ordini secchi. E’ meno cencioso, evidentemente il loro comandante.
Questo si china su di lei, che chiude nuovamente gli occhi girando la testa, la
osserva attentamente, parla coi due che l’hanno rapita quindi impartisce altri
ordini. Due uomini la afferrano alle ginocchia e sotto le ascelle, si sente
sollevare: i due scendono degli scalini portandola sottocoperta, l’unico
posto, in una piccola nave senza alloggi, adatto a nasconderla alla vista di un
equipaggio facile preda di tentazioni. Qui
la posano con delicatezza su un mucchio di grezzi teli, le levano il bavaglio, e
se ne vanno.
Per un po’ nessuno si fa vedere.
Serena sente solo il dondolio della barca ed i passi sordi sopra la sua testa, e
comincia ad avvolgerla uno strano torpore, che la paura non riesce a trasformare
in sonno. Poi trasale: un uomo scende la scaletta e si avvicina con qualcosa in
mano, lei cerca goffamente di arretrare lungo la fiancata, per quanto le corde
possano permetterglielo, ma l’uomo fa un gesto come per rassicurarla e mostra
del cibo; poi le slega le mani e si siede su una cassa poco distante.
Dopo qualche tempo, che a Serena
pare un’eternità, l’uomo ritorna e le mostra un putrido catino, facendole
capire con un gesto eloquente che è per fare i bisogni; lei rimane un attimo
interdetta poi annuisce timidamente, allora il pirata si avvicina e scioglie le
sue caviglie, aiutandola ad alzarsi. Serena barcolla e aspetta, osservandolo con
aria interrogativa, allora l’uomo fa una risata sguagliata e si volta di
spalle sghignazzando. La tinozza è veramente orribile e Serena si trattiene a
stento dal vomitare, però non ha altra scelta, così si forza ad andare avanti.
Quando ha finito si allontana verso la fiancata, l’uomo capisce, si gira e le
va incontro con la corda in mano; stavolta lei rimane impassibile, siede a terra
e si lascia legare nuovamente i piedi. Il pirata se ne va col catino, e Serena piomba nuovamente in un agitato torpore.
Un giorno, però, sente dei rumori
diversi e capisce che la nave è ferma; pian
piano diminuisce il viavai di passi sul ponte. Passa altro tempo, poi due
uomini scendono dalla scaletta: uno è il comandante, e l’altro un tizio dai
vestiti sgargianti che la ispeziona subito con interesse. I due parlano un po’ tra loro, finendo poi per discutere animatamente; alla
fine il comandante la slega e la fa alzare tenendola saldamente per un braccio,
con espressione sorniona e soddisfatta; l’altro
si avvicina e le controlla polsi e caviglie, poi va verso la scaletta e
chiama qualcuno di sopra.
Il
giovane la strattona verso una tavola di legno che unisce la nave al molo, su
cui c’è già il mercante vicino ad un carro coperto da un telo. Appena sulla
passerella la disperazione di Serena raggiunge l’apice, e lei fa uno scarto
per buttarsi in acqua, sperando di morire annegata o strozzata dalla catena; ma
sente due forti braccia che la afferrano da dietro e il mercante a terra che
impreca, infuriato. Viene strattonata in avanti, la pietra del molo è calda e
ruvida sotto i piedi, delle mani la spingono velocemente sul carro, mentre una
piccola folla variegata osserva la scena incuriosita. Il veicolo è completamente
chiuso alla vista esterna dal telo, e dentro c’è puzza di muffa. Serena sente
il mercante che fuori parla, ancora alterato, al suo aiutante, che quindi sale
dietro, dov'è lei, e inizia a frugare negli angoli. Tira fuori un martello con una specie di piccola incudine, e dei ceppi per i
piedi. Serena, ancora agitata e dolorante per le strattonate, non si muove, e
lascia che quello fissi le catene attorno alle sue sottili caviglie battendo due
grossi chiodi col martello; dopo che gli ha incatenato i piedi, il giovane comincia a
togliergli il collare e strilla qualcosa al mercante.
Il carro si mette in moto. Serena
non vede nulla dell’esterno, se non dei piccoli scorci di strada polverosa
quando di tanto in tanto un lembo del telo si solleva con un sobbalzo del
veicolo. Il giovane la osserva con un sorriso ambiguo, poi prende un bastoncino
e la punzecchia sotto la pianta di un piede, lei sobbalza e ritira le gambe
sotto il lungo vestito, con rumor di catene. L’altro sghignazza.
L’uomo elegante non c’è più,
solo due servitori ben vestiti, che la prendono delicatamente per le braccia.
Camminando lentamente la portano verso il porticato. C’è un gran silenzio: si
sentono solo il gracchiare delle cicale ed
il rumore delle catene alle caviglie di Serena, che avanza osservando
stupita l’elaborata architettura del cortile che incornicia l’azzurro
limpido del cielo, ulteriormente addolcito da una tiepida brezza estiva. Sente sotto i piedi nudi il morbido dell’erba, poi il fresco di un pavimento
ad intarsi marmorei: ora è all’interno, e i due servitori l’affidano ad un
gruppo di giovani donne che la portano in un sontuoso bagno ricoperto di marmi,
dove la spogliano completamente per lavare con cura il suo splendido e
bianchissimo corpo, profumandole poi i capelli con essenze sconosciute.
Serena prova una sorta di timore
misto a stupore, ed ora è quasi rassegnata, più che spaventata. Sente strani
aromi nell’aria, ed un morbido tessuto sotto i piedi, che contrasta con la
sensazione del pesante ferro alle caviglie. Il tempo passa lentissimo, e lei si allunga
sui soffici cuscini, vinta dalla stanchezza. Fissa le volte del soffitto,
decorate con motivi semplici ed eleganti, e vede la debole luce che le raggiunge
attraverso i vetri opachi di una piccola finestra, diventare pian piano
rossastra, mentre il giorno, fuori, volge all’imbrunire. Ritornano due delle ragazze di prima con delle candele in mano, portandogli del
cibo raffinato che lei mangia avidamente mentre le guarda, incuriosita dal loro
aspetto: una delle due è chiara e luminosa, dall’aria nordica, l’altra è
bruna e sanguigna, dai bei tratti orientali; hanno entrambe degli abiti leggeri
e colorati, e sono scalze, con sottilissimi cerchietti d’oro ai polsi e alle
caviglie.
Dopo un poco entra l’uomo che si
era affacciato nel carro: indossa una ricca veste da camera ed ha un leggero
sorriso sulle labbra; si ferma ai piedi del
letto osservando Serena, col capo leggermente reclinato su una spalla,
poi sgancia la fibula che tiene chiusa la sua veste, rimanendo completamente
nudo. Lei osserva il suo bruno corpo muscoloso; la sua timorosa rassegnazione si è
trasformata adesso in una strana e
calma attesa. Lui sfiora con la punta delle dita la pianta del piede di Serena, che viene
percorsa da un brivido e ritira la gamba, tendendo la catena che unisce le sue
caviglie. Ora l’uomo mette un ginocchio sul letto e vi sale sopra
avvicinandosi lentamente. Serena trema appena, non sa
più neanche lei per cosa, e prova come una leggera scossa quando le mani
di lui cominciano a toccarla lievemente, levandole piano la veste.
Un
tiepido raggio di sole la sveglia. Apre gli occhi e si guarda attorno: l’uomo
non c’è più, è sola. Poco dopo entrano due ragazze, con un servitore che
porta degli attrezzi; Serena si agita impaurita al suo avvicinarsi, quello
invece con martello e scalpello rompe i chiodi che serravano le sue cavigliere liberandola
dai ceppi, e se ne va. A questo punto le due
fanciulle salgono sul letto e cominciano a cospargerla da capo a piedi di
unguenti profumati, le danno da mangiare frutta fresca e la rivestono con abiti
nuovi, mettendole poi sul capo un leggero velo, che le copre anche il bel viso
non facendole vedere quasi più nulla. Adesso la invitano a scendere dal letto,
e l’accompagnano fuori delicatamente, ripercorrendo, come a ritroso,
l’intero tragitto che l’aveva portata sin lì.
Il
velo le fa intravedere solo sagome indistinte, filtrando leggermente anche gli
aromi nell’aria. Perfino i soffici calzari che le hanno messo ai piedi la
fanno sentire ora come isolata dall’esterno. Ecco di nuovo un carro, ma pulito
e confortevole rispetto al precedente, ecco il profumo del mare, le voci del
porto. La fanno salire con gentilezza su una nave, ma stavolta l’aspetta un lussuoso
alloggio, dove può finalmente levarsi il velo e accingersi ad affrontare in
mezzo agli agi il lungo viaggio che l’aspetta.
Dopo
qualche tempo la nave si ferma: due servitori la invitano a velarsi nuovamente
il capo e l’accompagnano sul ponte, la fanno salire su una barchetta e remano
fino alla vicina spiaggia. Serena è adesso ferma sulla riva, perplessa, e
quando capisce che i due si stanno allontanando fa scivolare lentamente il velo,
vedendoli riguadagnare velocemente il mare per tornare verso una snella
imbarcazione su cui si sta alzando una vela rossa.
Poi si gira e riconosce in
lontananza la rocca di Pyrgi. Comincia a correre.
Ora è di nuovo sulla spiaggia,
sola, a piedi nudi, vicino al relitto.
GAUVAIN: gaveyn@libero.it